ANGELI IN GUERRA
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La forza d'amare nasce da un bacio.
(Anonimo)


Cari amici di doktorlove,
desideriamo riprendere e presentare due articoli estratti dal corriere DEL 26 APRILE 2005.Uno riguarda lo sfruttamento delle bambine che vengono usate per combattere guerre (spesso in Asia e in Africa)..Bambine che spesso vengono usate anche per soddisfare gli infami e vergognosi desideri sessuali dei soldati con cui combattono (vengono usate come serve e femmine da violentare...anche se hanno 8 anni).

Il secondo articolo ripercorre un tragico e vergognoso episodio avvenuto nei Balcani durante quella schifosa guerra che ha fatto 250,000 morti (a pochi kilometri da casa nostra): LA STRAGE DI SREBRENICA del 1995 .
Strage (una delle tante che ci sono state) in cui i complici passivi e vigliacchi sono stati I militari dell’Onu (che passivamente hanno assistito senza nulla fare nonostante ne avessero la possibilità pratica).
Le donne furono in molti casi violentate deportate sui camion , 7.000 uomini furono sterminati.
La memoria e’ sempre viva in questa regione europea che per lungo tempo non trovera’ pace in quante attualmente la pace e’ imposta dalle truppe internazionali .......I massacri da entrambe le parti hanno lasciato una ferita che resterà aperta per i decenni a venire confermando questa zona come una polveriera pronta a scoppiare nuovamente alla minima sollecitazione.


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Rapporto di «Save the Children» accusa i leader del mondo: mancano aiuti
Bambine-soldato, 120mila le piccole schiave

Vengono rapite, vendute a gruppi armati, stuprate. Se tornano a casa vengono trattate come prostitute e cacciate via

Hawa ha otto anni quando i ribelli la portano via dal suo villaggio, nella Sierra Leone. Per otto mesi diventa «la moglie» di uno dei soldati. «Non mi sentivo bene - racconta - mi faceva male la pancia, sempre. Forse perché ero piccola, non avevo ancora le mestruazioni». Riesce a fuggire, ma quando torna al suo villaggio si accorge che l’inferno che ha subìto non la abbandonerà più: «Quando ho incontrato le mie sorelle è stato molto triste: mi discriminavano perché ero stata stuprata».
Zaina, 14 anni, viene violentata da un soldato congolese mentre sta andando a scuola. Torna a casa in lacrime e la famiglia la caccia di casa: «Mi chiesero come avevo potuto accettare quello che mi era successo». Aimerance, 14 anni, viene convinta da un’amica a unirsi a un gruppo armato della Repubblica democratica del Congo. Di giorno combatte, di notte viene stuprata dai soldati: «Ogni volta che volevano, venivano e facevano sesso con noi. Gli uomini erano così tanti. Arrivavano uno dopo l’altro. Noi eravamo lì solo per fare quello che volevano. Anche se ti rifiutavi, ti prendevano lo stesso».
Hawa, Zaina, Aimerance. Storie uguali a tante altre. Sono 120mila le bambine rapite o vendute a gruppi armati. Schiave sessuali, soldati, spie, cuoche, donne delle pulizie. In tutto il mondo. 6.500 in Uganda, 12mila nella repubblica democratica del Congo, 21.500 nello Sri Lanka. Un piccolo esercito «invisibile» dimenticato dalla comunità internazionale. Eppure sono il 40% dei 300mila bambini soldato utilizzati nelle guerre. Save the children ha deciso di ascoltare le loro voci per capire come aiutarle a superare l’orrore e a reinserirsi nella comunità. Nel rapporto «Le vittime dimenticate delle guerra, le bambine nei conflitti armati», pubblicato in Gran Bretagna, l’organizzazione riesce, per la prima volta, a fornire dati, cifre e racconti di un fenomeno finora ignorato.
«La maggior parte delle ragazze che riesce a scappare - spiega Mike Aaronson, responsabile di Save the Children in Gran Bretagna - non trova la giusta assistenza perché non ci sono programmi pensati per le bambine. Quelle che ce la fanno a tornare a casa vengono spesso emarginate dalla famiglia e dalla comunità perché sporche, impure, immorali». L’attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento», coordinato dall’UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni Unite), dalla Banca Mondiale e dall’UNDPKO (il dipartimento per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite) punta soprattutto al recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, mentre la fase di reinserimento viene affidata all’Unicef o a delle Ong che, però, non hanno i fondi necessari. Il risultato è che le bambine rimangono tagliate fuori.
Nella repubblica democratica del Congo sono solo il 2% dei bambini inseriti nel programma di Save the Children. In Sierra Leone il 4,2% delle piccole combattenti è seguito da un’Ong. «Quando la gente pensa a un conflitto armato - spiega Aaronson - si immagina sempre uomini impegnati in sanguinosi combattimenti, ma sono le ragazzine la faccia orribile e nascosta della guerra». Le bambine-soldato chiedono aiuto alla comunità internazionale. Desiderano che qualcuno faccia capire alla loro famiglia che sono state costrette a fare quello che hanno fatto. Implorano assistenza medica e psicologica, anche per i figli che spesso nascono dagli stupri. E la possibilità di studiare per costruirsi una professione. Soprattutto non vogliono essere trattate come delle prostitute. «La gente del mio villaggio - racconta Rose, liberiana - ha reso la mia vita molto difficile quando sono tornata a casa. Non posso stare con le persone della mia età. Mi trattano male perché ho un bambino. Per loro sono una prostituta e temono che possa incoraggiare le loro figlie. Nessuno mi parla».


Monica Ricci Sargentini
26 aprile 2005
Copyright 2005 © Rcs Quotidiani Spa

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I sopravvissuti non perdonano i soldati Onu: «Ci consegnarono alle bestie»
Srebrenica, nella fabbrica dell’Orrore

Ritorno in Bosnia, dove dieci anni fa i serbi massacrarono 7mila musulmani. Migliaia di corpi ancora in attesa di essere identificati

DAL NOSTRO INVIATO
SREBRENICA (Bosnia) - Accadde tutto ai piani di sotto. Nella fabbrica abbandonata, che allora produceva finestrini per auto e adesso è la finestra sulla memoria, un orfano ormai adulto mostra come andò. I serbi di Ratko Mladic chiusero il paese e si misero qui. Ammassavano gli uomini al pianoterra: nella portineria ci sono ancora scarpe rattrappite. Agli uffici del primo violentavano le donne, vecchie o bambine faceva lo stesso: sulle pareti si possono ammirare gli affreschi del delirio, falli naturalmente giganti su poverette naturalmente soddisfatte, e le didascalie «non ha i denti? Ha i baffi? Puzza di merda? E' una bosniaca!».

Là dietro poi stavano «i peggiori di tutti - spiega l'orfano - i caschi blu dell'Onu che ci lasciarono in mano a quelle bestie, fuggirono nelle discoteche di Spalato a festeggiare la fine della naja, senza avvertire nessuno». Là dietro, al posto di guardia con la scritta United Nations che un graffitaro ha ribattezzato United Nothing, in questi dieci anni s’è rivisto uno solo di quei caschi blu olandesi, il giovane Wim, il fotografo del contingente. L'unico, a tornare qui per chiedere perdono di Srebrenica, luglio 1995: il più grande, feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo. Una mattina di primavera, neve alta fuori. L'ultimo piano della fabbrica ha qualche stanza riscaldata. Nella più grande stava il consiglio d'amministrazione, due rampe sopra l'ufficio stupri. Oggi è piena di donne in nero, uomini che fumano. Riunione per le celebrazioni del decennale. «Controllate le pubblicazioni su Srebrenica! - protesta Salih Brkic, un giornalista - Scrivono cose false! Dicono già che qui non è successo niente, come fanno con Auschwitz!». «Invitiamo anche i serbi di Belgrado - propone uno studente - mostriamo al mondo che ci rispondono di no».
Il sindaco Abdurahman Malkic, musulmano eletto con l'unico slogan possibile («tiriamo avanti») in una cittadina che ha avuto più di 7mila massacrati, vorrebbe tutti i grandi del mondo a Srebrenica, a ricordare l'indifferenza di allora e a vergognarsi della rimozione del dopo: «Non abbiamo avuto nemmeno i nostri morti: le tombe sono 1.376. E gli altri? Qui intorno ci sono ancora 34 fosse comuni da scavare. Nessuno le apre». A Tuzla si può visitare un enorme frigorifero, un odore da svenire: quattromila sacchi, con dentro i pezzi di corpi, stanno ancora lì. Dopo dieci anni. In questi mesi ne sono stati identificati duecento, da seppellire al Memorial Day di luglio. Gli altri rimarranno nel freezer, senza nome: «Di Srebrenica non parla più nessuno - dice il sindaco -. Dopo l'11 settembre, questi morti musulmani non interessano. E dov'è la giustizia internazionale che ha trovato in pochi mesi Saddam, ma non ha mai preso il macellaio Mladic e il suo mandante Karadzic?».
Tutti d'accordo, nella stanza: stavolta non sarà una commemorazione qualsiasi. Le idee: «Mettiamo bandiere dell'Onu e dell'Olanda a mezz'asta»; «facciamo una silenziosa marcia della morte, Srebrenica-Tuzla, con tutti i profughi mai tornati»; «ribattezziamo le strade coi nomi delle vittime»... Il cimitero-memoriale, di fronte alla fabbrica del macello, è stato costruito col pessimismo di chi sa come andrà: lo spazio per un altro migliaio di lapidi verdi, non di più, perché nessuno s'aspetta che i conti con quell'estate assassina saranno mai chiusi. A Sarajevo c'è un laboratorio attrezzato, nei sotterranei refrigerati della Commissione per le persone scomparse (Icmp), dove comparano il dna di teschi, brandelli di vestiti dissepolti in ogni angolo dei Balcani.
L'Icmp ha lavorato anche a Ground Zero, è una squadra di duecento persone che sta riscrivendo in provetta le tragedie degli anni ’90, dalla Croazia al Kosovo: 25.146 desaparecidos, 67.292 campioni di sangue, 13.499 frammenti ossei, 10.923 dna fotografati, 9.415 paragonati e 6.861 identificati... Un lavoro troppo lento, protestano i sopravvissuti di Srebrenica: «Hanno ragione - riconosce Kathryne Bomberger, la capomissione -. Ma la lentezza è perché questo non fu un massacro come gli altri. L'eliminazione dei corpi fu meticolosa. I serbi volevano nascondere le prove. D'un uomo s'è trovata una mano qui e una gamba in Kosovo. La collaborazione dei governi, poi, è minima.
Le fosse comuni nei Balcani sono una storia che nessuno vuole riesumare: i leader delle guerre di allora - Milosevic, Tudjman, Izetbegovic - sono rimasti al potere fino a poco fa». Lenti i becchini, lentissimi i giudici. I grandi colpevoli sono latitanti, molti processi ancora in corso. Il Tribunale dell'Aja ha condannato un generale, incriminato 14 militari. Mladic e Karadzic stanno nascosti in Serbia. Nessuno li denuncia, nessuno li arresta. Troppi fantasmi popolano questi boschi. E molte verità sono ancora da raccontare. Quella di Nasir Oric, ad esempio, l’ufficiale bosniaco che comandava la difesa di Srebrenica e pochi mesi dopo fu accusato dai suoi d'avere ceduto la posizione. Si difese duro, Oric, tirando in ballo perfino il presidente bosniaco Alija Izetbegovic e un accordo segreto per consegnare Srebrenica ai serbi, in cambio della salvezza di altre città: se ho portato via i miei soldati, scrisse l'ufficiale in un libro tolto subito dalla circolazione, fu per obbedire a un ordine superiore. Ordine di chi?
Scampato a diversi attentati, rientrate le vecchie accuse di tradimento, oggi in Bosnia tutti considerano Oric un eroe. Dal 2003, è incarcerato all’Aja per crimini di guerra. E non risponde alle richieste d'intervista. L'olocausto di Srebrenica fu l'ultima goccia di sangue. Fece traboccare l'incapacità dell'Onu. Costrinse la Nato, prima volta, a bombardare in Europa. Portò agli accordi di Dayton. In questa campagna lontana, dieci anni fa si recitò l’atto finale della tragedia bosniaca: 43 mesi di guerra, 250mila morti, 4mila fosse comuni, migliaia di dispersi.
Amputati, orfani, sfollati che dormono ancora in giro per i Balcani. Una pace che sopravvive, ma a fatica: a Srebrenica c'erano 37mila musulmani, ne sono rientrati un decimo. Un giorno di gennaio Pasa Mustafic, una vecchietta che era riuscita a cacciare i serbi dalla sua casa, è saltata per aria: qualcuno le aveva messo una bomba in giardino. «Questa è una storia solo congelata - dice Svetlana Broz, la nipote di Tito che vive da queste parti -. Come fa la gente a dimenticare, se ancora non ha dato sepoltura ai morti? Celebrare i dieci anni da Dayton, non interessa a nessuno.
La Bosnia-Erzegovina è uno Stato obbligato a restare unito solo dalla comunità internazionale. L'odio lo respiri. E le telecronache dall'Aja non aiutano: Milosevic che pontifica, i suoi che condizionano la politica in Serbia. Che avrebbero fatto gli europei, se dopo la Seconda guerra mondiale Hitler fosse finito in un comodo carcere a difendersi in un tranquillo processo, col suo partito ancora al potere in Germania?». A Srebrenica, l’Europa finanzierà un museo dell'eccidio, come nei lager nazisti. Ci metteranno montagne di scarpe, mucchi d'occhiali, quel che resta dei trucidati. Anche le foto di Ahmed «Blicko» Bajric, l’unico reporter che scattò gli occhi dei bambini prima del colpo di grazia, la donna impiccata a un albero pur di sfuggire allo stupro.
Non c'è bisogno d'arredare la memoria, però: a Srebrenica il memoriale è dappertutto. In paese, non c'è muro senza il foro d'uno sparo. Di fianco al municipio, lo stabilimento Energoinvest è uno scheletro bruciato. Su una casa ai margini è mancata perfino la voglia di cancellare una scritta, «Ratko», lasciata dai kapò di Mladic. Tutte le settimane ci sono due donne al cimitero, Haira Catic e Nura Begovic, 62 e 48 anni. Le loro famiglie non esistono più. L'unica tomba che hanno è del suocero di Nura: «Ogni volta che esce l'elenco dei nuovi identificati - fanno ironia -, sembriamo quelli che aspettano i numeri del lotto». Nessuno ha mai i numeri buoni. Qualche settimana fa, nella casa di Tuzla dove le due donne vivono, una letterina col logo dell'Onu è finalmente arrivata. L'hanno aperta, ansiose: era una colletta per le vittime dello tsunami.


Francesco Battistini
26 aprile 2005

Copyright 2005 © Rcs Quotidiani Spa

Il sito del bravissimo Livio Senigalliesi, fotoreporter tra i piu attivi sul fronte dei Balcani





MIGLIAIA DI BAMBINI VENDUTI, SCHIAVI E VITTIME DI ABUSI

ROMA - Migliaia di bambini e ragazzi dagli otto ai diciotto anni vittime di abusi di ogni tipo, rapiti alle famiglie e tenuti in condizione di schiavitu', costretti a prostituirsi e venduti come oggetti per alimentare i mercati clandestini delle adozioni internazionali e del traffico di organi. Una piaga che non risparmia neanche i neonati, il cui prezzo stabilito dalle organizzazioni che si occupano della tratta dei minori varia dai 7mila ai 15mila euro.
Il quadro emerge dal ''Rapporto informativo sulla tratta dei minori'' in sei Paesi europei, realizzato da Save the Children e presentato oggi a Roma nell'ambito di un seminario internazionale per analizzare le cause del fenomeno e individuare soluzioni per porre fine al traffico.
Lo studio ricostruisce passo per passo i 'cicli' della tratta in sei Paesi - Bulgaria, Romania, Italia, Spagna, Danimarca e Regno Unito - dividendoli in Paesi di origine, di transito e di ultima destinazione. Ne viene alla luce una fotografia inquietante in cui le uniche vittime sono i piu' piccoli.

''Negli ultimi 10 anni - afferma Save the Children - e' cresciuto costantemente il numero delle bambine e dei bambini vittime della tratta, soprattutto provenienti dall'Est europeo. Si tratta di bambini estremamente vulnerabili perche' possono essere facilmente sottoposti a coercizione e hanno meno possibilita' di 'sfuggire' da una relazione di sfruttamento''.
Ma non solo: la maggior parte di loro ''corre il rischio di essere ulteriormente vittimizzata e di subire ulteriori violenze, derivanti da politiche erronee o non chiare, in materia di immigrazione o da pratiche di polizia e giudiziarie potenzialmente abusanti''. Una realta' dalla quale l'Italia, considerato un Paese di transito, non e' esclusa. Secondo gli ultimi dati disponibili, il numero dei bambini vittime della tratta che hanno usufruito dei programmi di protezione sociale in un anno e' di 134.

Il numero totale delle piccole vittime, afferma pero' Save the Children, e' ben piu' alto e molte sono quelle avviate alla prostituzione: su un numero di persone coinvolte che varia da 10mila a 13mila, l'incidenza dei minori e' infatti tra il 4,2% e il 6,2%. Significa che nella migliore delle ipotesi 542 bambini sono costretti a prostituirsi, a diventare merce per i pedofili, a prendere parte a film pornografici. Nella peggiore sono 663. Le principali vittime che raggiungono il nostro Paese proviene da Albania, Romania, Bulgaria, Moldavia, Ucraina, Russia e stati del Baltico. Il reclutamento, spiega il rapporto, avviene su base locale, nelle zone piu' povere e svantaggiate. Le vittime vengono attratte con annunci pubblicitari sui giornali, con false promesse di lavoro, matrimoni e condizioni migliori di vita all'estero. Molto spesso si ricorre al rapimento e, comunque, non e' raro che siano genitori e parenti dei bambini a mettersi in contatto con i trafficanti per venderli.

Quanto alle politiche da mettere in atto per contrastare il fenomeno, Save the Children parla di un ''ruolo crescente'' riservato all'Europa, che deve assumere una posizione ''efficace'' nella protezione delle vittime. Necessario inoltre sviluppare un sistema per la raccolta dei dati a cui tutti i Paesi possano accedere e adottare procedure comuni per l'identificazione alle frontiere dei minori vittime della tratta. ''E' assolutamente imprescindibile per ogni politica di contrasto, prevenzione e recupero - prosegue il rapporto - tenere in considerazione che i minori sono innanzitutto delle vittime e, quindi, prevedere provvedimenti specifici rivolti ai minori che devono fondarsi sul riconoscimento e la tutela dei loro diritti''.
Critiche anche alla Bossi-Fini che ''deve essere modificata'' perche' ''crea difficolta' rispetto al ricongiungimento familiare''.

29/03/2004 10:52
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http://www.aquiloneblu.org

Per 300.000 minori sparsi in tutto il mondo l’alba di ogni giorno è tinta di rosso, il colore del sangue e dell’orrore della guerra. Senza sapere come e perché, 300.000 innocenti diventano soldati, combattono tra le file delle forze armate del loro stato oppure in quelle dell’opposizione. Se commettono errori vengono brutalmente puniti, se tentano la fuga vengono arrestati e addirittura giustiziati.

Bambini, non adulti.
Orfani, ragazzi di strada che rischiano di venire uccisi e fatti prigionieri, creature sole, profughi.
Soldati in tempo di guerra, obbligati al lavoro in tempo di pace. Il tutto in modo illegale.

Non vengono risparmiate le ragazze, stuprate e soggette a violenze sessuali di ogni sorta. Diventano gioco e svago per le truppe e difficilmente riescono ad inserirsi nella società e finiscono così con il diventare prostitute.

Le cifre? Sbalorditive, incredibili, vergognose:

Negli ultimi 10 anni centinaia di migliaia di ragazzi di età compresa tra i 15 e i 18 anni sono stati usati come soldati in guerra . Negli ultimi 10 anni sono stati reclutati bambini di 10 anni e meno di età
In 25 Paesi è documentata la partecipazione ai conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni
In Africa si contano 120.000 soldati con meno di 18 anni. Interi villaggi sono privi di bambini, rapiti dalle truppe militari che “rastrellano” ogni zona alla ricerca di nuove forze, lasciando nello sgomento intere famiglie che, per anni, ricercano i loro piccoli inghiotti dalla violenza.
In diversi Stati dell’Asia, America ed Europa si stanno reclutando minori negli eserciti
In Etiopia le donne e le ragazze rappresentano il 25-30% delle forze di opposizione armata
Nel 1997, nella Repubblica Democratica del Congo, 4.000-5.000 ragazzi sono diventati soldati “volontari” per sopravvivere, per fame, per miseria, per protezione: “ragazzi di strada”
L’Africa, il Medio Oriente ed i Paesi dell’Est sono scenari ormai consueti nella produzione di bambini soldato, paragonabili alla vergognosa produzione di bambini oggetto del mercato del sesso in Asia.

Un bambino è perfettamente in grado di manovrare uno strumento di guerra, come un adulto. Un bambino corre veloce tra le mine e le bombe, non chiede paga, non vede il pericolo, non ha documenti che testimoniano la sua età.

Sono adolescenti fortemente provati nel corpo e nello spirito: cibo per le malattie della pelle, denutriti, cibo per l’AIDS, con in testa incubi e senso di panico, davanti agli occhi nitide le scene di guerra più orribili, per anni. E’ estremamente difficile il recupero di questi minori: i drammi subiti diventano un marchio a fuoco nella loro mente, incancellabile, indelebile. I disegni raffigurano la realtà in cui, fin da piccoli, sono stati immersi: scene di guerra, mitragliatrici e fucili da impugnare, bombe a mano e pistole da custodire sotto la casacca; urla di disperazione e urla di minaccia. L’inferno conosciuto non viene dimenticato, esattamente come accade per coloro che, per altre cause e in altri luoghi, sono merce di scambio nel mercato del sesso a pagamento.

Lo scenario non cambia, è sempre lo stesso: la guerra. Crescono con l’idea utopica del significato di libertà, uguaglianza, pace. I grandi della Terra stanno ancora dibattendosi sul divieto del reclutamento di minori in guerra, dal lontano 1994, nel frattempo le cifre crescono ed i bambini muoiono.

Incredibile? No, vero e reale, se si pensa che è stabilito dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia che l’età minima per il reclutamento militare è fissata a 15 anni (!!).

Bambini costretti a durissimi addestramenti con armi cariche che minano la loro integrità fisica e mentale: finte esecuzioni, simulazioni di atti sessuali, costretti a mangiare cibi disgustosi, a spogliarsi e a cantare mentre vengono derisi. Stiamo parlando di minori inglesi, non di uno sperduto campo profughi in chissà quale parte del mondo, come denunciato da Amnesty International meno di un anno fa.

Mercificazione dell’infanzia, dunque. Centinaia di bambini sfruttati e sottoposti ad abusi psicologi, fisici e sessuali. In una parola: crimini di guerra.

Ai minori, anche in questo caso, non è data la possibilità di scegliere. La responsabilità è, anche in questo caso, dei governi che permettono simili orrori e che non garantiscono almeno gli elementari diritti all’infanzia. La responsabilità è di coloro che decidono per migliaia di persone nascondendo, spesso, gli orrori inflitti ad un continente come l’Africa, dove cave immense squarciano la terra per seppellire rifiuti tossici e armi chimiche. Come se il mondo fosse una grande discarica per alcuni e un paradiso per altri.

Interminabili conflitti per altrettanti bambini senza sorriso, senza storia, senza speranza, senza lacrime. E, spesso, senza la possibilità di vivere una vita migliore.

Greta con la consulenza di Nicoletta Bressan, Mariangela
http://www.aquiloneblu.org




1 - La guerra e i bambini
I consigli di Telefono Azzurro a genitori e insegnanti per parlare con i bambini di guerra e terrorismo e una linea telefonica dedicata al tema.
http://www.italia.gov.it/newsletter/Portale.html?id=telefonoazzurro


2 - "Progetto Roxanne": un numero verde contro la tratta sessuale (sfruttamento sessuale di donne anche straniere)
01/04/2003

Il Comune di Roma, in accordo con la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento Pari Opportunità, ha dato il via alla campagna di pubblicizzazione e informazione del Numero Verde Nazionale contro la tratta sessuale
800-290290.

Il servizio, gratuito e attivo 24 ore su 24, offre opportunità di ascolto, orientamento, sostegno e svolge attività di collegamento con i servizi sanitari e sociali del territorio e con le strutture dedicate alle problematiche della prostituzione e immigrazione.
Il servizio è presente su Italia.gov.it nell'evento Aiutare gli altri.


3 - Aiutare gli altri
Il volontario in Italia e all'estero
In aiuto delle famiglie
In aiuto delle donne
Le opportunità per i disabili
Il problema della dipendenza
Vittime del racket e dell'usura
Solidarietà tra le sbarre
In aiuto degli anziani
Sostegni agli immigrati


Il telefono rosa e i centri antiviolenza
I centri di accoglienza e di ascolto per le donne che hanno subito violenza fisica o morale. I comuni che offrono il servizio.


Un numero verde contro la tratta sessuale
Il Comune di Roma pubblicizza e diffonde il servizio nazionale di ascolto e sostegno contro la violenza sessuale e lo sfruttamento.

Le pagine rosa
Dal Comune di Firenze i collegamenti ai centri di informazione e tutela delle donne distribuiti sul territorio nazionale.

Donne immigrate
Lo sportello del comune di Roma offre servizi di consulenza, attività formative, culturali e ludico-ricreative per le donne immigrate.



UNICEF, MILIONI DI BAMBINI MUOIONO PRIMA DEI 5 ANNI

BERLINO - Nei dieci paesi piu' poveri e emarginati del mondo ogni anno 1,5 milioni di bambini muoiono prima del quinto anno di eta' a causa di malattie, miseria cronica e esplosione di mine. Il drammatico dato e' contenuto nel rapporto annuale per il 2004 che l'Unicef ha presentato oggi a Berlino.
Solo nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire), si afferma nel rapporto, i bambini con meno di cinque anni morti ogni anno sono 530 mila. Negli Stati africani dell'Angola e della Sierra Leone, come pure in Afghanistan, un bambino su quattro non arriva al quinto compleanno.
Le malattie piu' frequenti all'origine della morte dei bambini sono il morbillo, la diarrea, la malaria e i disturbi respiratori. Tutte malattie peraltro che nel resto del mondo si curano regolarmente.
Nella conferenza stampa a Berlino - alla quale era presente fra gli altri il cantante americano Harry Belafonte, ambasciatore dell'Unicef - l'organizzazione internazionale ha lanciato un appello ai governi e all'opinione pubblica di tutto il mondo affinche' vengano messi a disposizione piu' mezzi e aiuti a favore dei bambini dei paesi piu' poveri. Nonostante infatti le numerose prese di posizione da parte delle organizzazioni umanitarie, molti degli Stati piu' bisognosi restano esclusi dagli aiuti internazionali.
Critiche nei confronti dell'indifferenza verso la fame e le malattie sono venute in particolare da Harry Belafonte. ''Se non supereremo tutto cio', non vivremo mai in pace'', ha detto il cantante. ''L'importanza politico-strategica di un paese e la sua presenza sui media non possono decidere sull'eventuale aiuto ai bambini bisognosi'', ha osservato da parte sua il responsabile dell'Unicef in Germania, Dietrich Garlichs.

07/05/2004 14:16



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www.italia.gov.it

www.minori.it
(sito del ministero per le politiche sociali - Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia)




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